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Cultura

Tutte le volte che ce l'abbiamo fatta ( e che ce la faremo )

Il nuovo libro di Mario Sechi che sarà presentato il 9 novembre presso la Biblioteca Rispoli
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Immagine articolo - Il sito d'Italia

di Francesca Siciliano - È un viaggio nella storia quello che ci offre Mario Sechi nel suo "Tutte le volte che ce l'abbiamo fatta", facendoci conoscere da vicino personaggi eccezionali, che hanno avuto un sogno e con serietà, impegno e perseveranza sono riusciti a realizzarlo.
In groppa a un cavallo bianco attraversiamo la barriera spazio-temporale e, come Scrooge di dickensiana memoria, siamo a Sanremo nel '58 emozionandoci per un giovane Modugno, che saltellando e levando le braccia al cielo canta "volare"; siamo a Torino nel '49 a piangere con Pozzo quando deve riconoscere le salme dei suoi ragazzi il cui aereo si é schiantato contro la Basilica di Superga; siamo a Mosca nell'80 a urlare di gioia quando Mennea vince l'oro olimpico; siamo a New York a soffrire con Meucci per l'ingiustizia subita quando Bell con l'imbroglio e la corruzione gli soffia il brevetto del telefono.
L'Italia é un paese che spesso si sottovaluta, un paese ricco di contraddizioni e di paradossi, che ha disperso la sua naturale capacità di inventare e di realizzare. Ma é anche il paese che ha dato i natali a Manzoni, a Muti, a Fermi, a Fellini, a Marconi, a Sordi, uomini che con la loro storia ci insegnano a crederci, a non mettere confini alla propria immaginazione.
"Volere é potere" amava ripetere Vittorio Alfieri - altro grande italiano - e solo volendolo fortemente potremo recuperare quella fiducia che é il "motore di qualsiasi azione dell'uomo". E allora cosa devono fare gli italiani guidati da una classe politica incapace? Non rassegnarsi aspettando che qualcosa accada, ma salire sul cavallo bianco che evoca responsabilità e forse pericolo ma anche libertà e "alzando la testa, tornare a scrutare l'orizzonte".
 
 
Dopo aver letto il libro abbiamo incontrato l'autore, Mario Sechi, il direttore del quotidiano Il Tempo.
 
Dottor Sechi, nel secolo scorso dove c'era un'ingiustizia si chiamava Garibaldi, oggi si chiama il Gabibbo. Come abbiamo fatto a scendere cosíin basso?
Non esageriamo. Come metafora, nel senso che siamo passati dalla realtá alla realtá virtuale in pixel, funziona.
Ma c'éun mondo reale e l'Italia ha una moltitudine di esempi positivi da poter seguire. Non mi butterei cosí giú: il libro si intitola proprio "Tutte le volte che ce l'abbiamo fatta", perché dal Risorgimento a oggi il nostro paese é cresciuto, sono nate una grande democrazia (nonostante i limiti) e una grande economia (nonostante le imprese medio-piccole): deve solo ritrovare la fiducia e ripartire.
 
Lei descrive gli italiani schiacciati nel presente, dimentichi del passato, al buio sul futuro. Ripetersi come un mantra che abbiamo costruito il boom economico e sconfitto il terrorismo puóessere sufficiente? Insomma: come si puó rischiarare il futuro?
Gli ottimisti non vincono le guerre. E siccome questa é una guerra - di tipo finanziario ed economico - i pessimisti la perdono. A questo punto dobbiamo decidere: vogliamo perderla o vincerla? Per vincere abbiamo tutti gli strumenti necessari, cosícome abbiamo fatto nel dopoguerra. Dobbiamo recuperare un po' di fiducia in noi stessi, poichè l'Italia ha delle potenzialitá enormi. Grandi industriali, grandi esponenti del mondo dell'arte,  forse ci siamo appannati solo nella letteratura perchè non c'é ancora un grande narratore della contemporaneitàcome c'era fino agli anni '70. Piangersi addosso, peró, é inutile, non aiuta. risolvere i problemi. Prendiamo il toro per le corna, mettiamoci a lavorare sodo e guardiamo ai grandi esempi del passato e del presente, quelli raccontati in "Tutte le volte che ce l'abbiamo fatta". Collodi e Manzoni per la letteratura, le sorelle Fontana per la moda, Mennea e Pozzo per lo sport, Modugno o Riccardo Muti per la musica, Marchionne per l'industria; in piú, un ampio ventaglio di inventori italiani come Meucci, Fermi, Marconi, uomini che hanno dipinto l'immagine dell'Italia come un paese di straordinaria bellezza. Abbiamo l'eccellenza in casa!
 
 
Lei dice che il giornalista contribuisce con i suoi scritti a plasmare un'idea della percezione della realtà. Pensa, dunque, che il giornalista debba ricercare sempre l'obiettivitá, oppure égiusto lasciar trapelare le proprie idee e, come si dice oggi, prendere posizione?
Esistono i fatti, che si impongono con la propria forza: una crisi é una crisi, un omicidio é un omicidio. E poi esistono i commenti. Ma il punto di vista, ad esempio, si evince anche dalle scelte che un giornalista decide di fare, dando piúo meno visibilitàalla notizia, mettendola in prima o in ultima pagina. Quindi, l'obiettivitáin sééuna specie di mito, un'Araba Fenice.
 
 
Lei accusa gli italiani di esterofilia; infatti in un suo recentissimo editoriale brinda a Spumante e non a Champagne.
Non é un'accusa, é una constatazione: gli italiani sono esterofili. E lo sono ancor di piú o quelli che all'estero ci vanno poco, oppure quelli che si sono iscritti al "partito dei peggioristi", coloro che speculano e che si sono arricchiti dicendo che il paese va male. Non é così: in Italia siamo vivendo una grande crisi, molto grave, ma ci sono le possibilità di ripartire.
 
 
Quindi é ancora possibile salire su un vagone e dar vita a un "nuovo inizio"?
Assolutamente sí. Le sorelle Fontana presero un treno, il primo che passava. Sono arrivate a Roma e hanno vestito la Hepburn: tutto si puó fare.
 
Quale puóessere lo shock evocato da Perfetti per risvegliare la coscienza nazionale e ripartire? Esiste oggi un De Gasperi in grado di porre le basi per una rinascita?
Un De Gasperi non esiste, ma ci sono gli italiani dai quali prima o poi verrá fuori un De Gasperi.
Lo shock é il combinato della crisi istituzionale e politica, che ésotto gli occhi di tutti, con la crisi economica: questo connubio mi auguro ci dia uno shock positivo che risvegli la fantasia, il genio, la creativitá, la voglia di competere: dobbiamo riconquistare il nostro spazio nel mondo. Fatto questo, gli italiani sono fortissimi.
 

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