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Dalla curva nord

Sotto il diluvio, tre metri sopra il cielo

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

di Maria Scopece- Dalla curva Nord la "Sud" si vede affollata, illuminata da migliaia di accendini, calorosa e lontana lontana, per lo meno cinque punti.  I supporters giallorossi, però, sono rumorosi fino alla fine, nonostante tutto.  Nonostante la rimonta nel giro di otto minuti, nonostante Capitan Futuro, nonostante la pioggia, nonostante l'illusione di riacciuffare il risultato. E nonostante la Lazio, sopratutto. Il pre-match è preparato con cura. Sulle note dei "Giardini di marzo" le immagini che scorrono sul tabellone luminoso ricordano i momenti più belli dei derby del passato. L'11 novembre è una data simbolo per la tifoseria laziale, 5 anni fa moriva Gabriele Sandri. La nord non l'ha dimenticato e anche la sud rende omaggio al giovane tifoso. Il presidente Lotito e Cristiano, il fratello di Gabriele, pongono un mazzo di fiori sotto la "sua" curva. Peccato per quei cori contro le forze dell'ordine che fanno sembrare strumentali le commemorazioni funebri.    Parliamo del calcio giocato. Il match inizia senza Olimpia, le minacce per la mascotte biancoceleste fanno preferire un'uscita finale. Senza Olimpia, con il "Boemo" sulla panchina degli avversari e sotto dopo solo otto minuti, la partita più importante del campionsato si mette subito male. E poi i giallorossi sono così, una squadra che vola sulle ali dell'entusiasmo, se prendono coraggio non li fermi più.  Invece l'entusiasmo glielo smorza proprio Candreva, il numero 87 "core de Roma", un tempo supertifoso giallorosso. Ma a giudicare dall'esultanza Antonio ha cambiato vita, squadra, tifo, giro di amici.  La mannaia la cala Klose, il numero 11 più amato di Roma, figlio adottivo della romanità più verace. Erano anni che un tedesco non riceveva un'accoglienza così calorosa nella capitale. All'ultimo minuto del primo tempo Daniele De Rossi prende a schiaffi Mauri. Un regalo francamente insperato. L'arbitro lo manda a vedere la partita negli spogliatoi. Si va al riposo con la carica di chi sente di aver fatto il suo, di avere sfruttato le occasioni costruite e pregusta il momento di far esplodere quel coro, quello che si tiene in gola dall'inizio del match.

Si ricomincia, il Boemo, costretto dalla sconsideratezza di Capitan Futuro, depotenzia la spinta offensiva, fuori Lamela dentro Tachtsidis. Mossa accorta ma dopo sessanta secondo Mauri invece di porgere l'altra guancia rifila un ceffone che affonda i giallorossi. E' il tre a uno, lo speaker impazzisce e la nord esplode. Si alzano le note di "tutti insieme je ne famo tre". Sarà pure inelegante infierire sull'avversario tramortito, ma che gusto se l'avversario è il cugino borioso. Il campo è sempre più zuppo, quell'acqua che non smette di caderere e che ai biancocelesti evoca dolci ricordi.  I giallorossi attaccano ma sembrano non crederci più. Chi ci crede ancora è la curva sud, che non smette mai di cantare. Il tifo, moneta di scambio per un brivido finale. Pjanic a cinque minuti dalla fine, troppo tardi per sperare, accorcia le distanze. Invece che accennare un'esultanza si gira verso la panchina ed è come se dicesse al suo allenatore:"Visto cosa so fare".
Il sipario cala sui 90 minuti più attesi dal tifo capitolino. Erano 14 anni che la lazio non inanellava tre vittorie di fila nei derby. Sapete chi c'era sulla panchina giallorossa a quel tempo? Proprio l'uomo a cui la nord dedica l'ultimo coro: "Alè, alè, alè, alè Zeman, Zeman".

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